Politica e Sanità

mag32016

Poche ricette Ssn in ospedale, dal Lazio Fimmg a Regioni: applicare le regole

«Gli ospedali laziali non prescrivono su ricetta rossa come da tredici anni dovrebbero fare. Al posto loro lo facciamo noi medici di famiglia. In Lombardia una delibera del 2009 consente di rimandare indietro i pazienti che vengono dallo specialista pubblico con una ricetta bianca, ma per me non è giusto, il paziente può essere in cattive condizioni, non in grado di far valere le sue ragioni. Il problema si risolve al momento in cui le regioni tutte costringono le aziende ospedaliere a rispettare la legge che c'è da anni». Come presentato dal numero due Fimmg Pierluigi Bartoletti, laziale, dal 2003, quando la finanziaria impose la ricetta rossa a tutti gli specialisti del servizio sanitario, ad oggi, non è cambiato nulla: i medici di famiglia continuano a trascrivere le indicazioni degli ospedalieri su carta intestata della struttura o loro. «È un problema risolvibile facendo applicare le regole», ricorda Bartoletti.

«L'articolo 50 del decreto legge 296/2003 poi convertito in legge 326 dello stesso anno prevede che tutte le strutture specialistiche del servizio pubblico dispongano della ricetta rossa. E prescrivano farmaci ed esami su di essa. Ma così non è. I dati regionali confermano che negli ospedali c'è discrepanza tra la gran mole di diagnostica svolta e la quantità minima di terapie prescritte su ricetta "rossa"». «Su cento ricette a carico Ssn 96 sono frutto del medico di famiglia ma di queste una ventina sono trascrizioni di indicazioni sulla ricetta bianca di uno specialista che dovrebbe essere in possesso di un ricettario del servizio pubblico», dice Alberto Chiriatti vicesegretario Fimmg Lazio che ha denunciato come nel novembre 2014 un gigante come il Policlinico Gemelli avesse prodotto solo 14 ricette Ssn. Non un caso isolato, peraltro. «Un anno fa dissi alla regione che ognuno doveva fare la sua parte tra ospedale e territorio, sulle prime mi risposero in modo sommario ma pochi mesi dopo mi dissero che avevo ragione, i dati prescrittivi degli ospedali erano poca roba. Ci sono stati miglioramenti minimi da allora. Sono rimasti lettera morta, tra gli altri, un accordo fatto con il Pit (Cittadinanzattiva ndr) nel 2002 e di una nota successiva del Direttore sanitario del Policlinico Umberto I che definiva deontologicamente sbagliato perseverare con la ricetta bianca».

Per Chiriatti, in corsia «un po' si continua a credere che la ricetta sia roba da medico di famiglia». Poi c'è il problema di alcuni reparti sovraccarichi di lavoro per i quali l'avvento dell'informatizzazione anziché migliorare le cose le ha peggiorate. «Ad esempio, nei pronti soccorso capisco sia difficile trovare il tempo per riempire i moduli. Inoltre ci sono ostacoli oggettivi», spiega Chiriatti. «Se i ricettari Asl per noi mmg e pediatri sono numerati, in un ospedale sono assegnati a tutto il reparto e non si sa chi firma le ricette. Si dovrebbe preporre un medico, e questo richiede uno sforzo organizzativo. Che è scoraggiato, credo, anche dalla mancanza di disponibilità di gestionali di rapido utilizzo come quelli ormai in uso negli studi dei medici del territorio». «L'Ict è stata un oggettivo beneficio per chi deve controllare i flussi ma non per i medici né per i pazienti», conclude amaro Bartoletti. «Alcuni erogatori non rispettano le regole perché non sono in condizione. Così, le norme sono vincolanti e sanzionatorie solo sul territorio, mentre si chiude un occhio se a "sbagliare" è l'altra faccia della sanità pubblica».


Mauro Miserendino
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