Pianeta Farmaco

ott122018

Farmaci anti-epatite C, lo studio: fondi spesi recuperabili in circa 6 anni

Investire in farmaci ad azione antivirale diretta contro l'epatite C si è dimostrata una scelta lungimirante in Italia. Ad esempio, gli eventi clinici evitati nei pazienti trattati durante il 2016 e 2017, anni in cui sono state trattate le persone in stati di malattia meno compromessi, hanno permesso di ottenere un recupero degli investimenti iniziali per l'acquisto dei medicinali stimati rispettivamente in 6,6 e 6,2 anni. Ad affermarlo è uno studio condotto dal Eehta del Ceis (Università Tor Vergata di Roma) diretta da Francesco Saverio Mennini con Andrea Marcellusi e Raffaella Viti, in collaborazione con la Piattaforma Italiana per lo studio della Terapia delle Epatiti Virali (Piter), coordinata da Stefano Vella e Loreta Kondili del Centro nazionale per la Salute globale dell'Istituto superiore di sanità, l'Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf) e la Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

La cura dell'epatite C rappresenta uno di quei traguardi dalla scienza che ha rivoluzionato la vita dei pazienti, e che ha impresso una svolta epocale nella storia della medicina e della società. Una battaglia, quella contro l'Hcv, combattuta con due potenti armi: la prima sviluppata dalla ricerca, con la messa a punto dei nuovi farmaci ad elevata efficacia (Daa) in grado di eliminare il virus, e la seconda sviluppata dalla politica, con la decisione di estendere il trattamento a tutti i pazienti, indipendentemente dal danno epatico, consentendo perciò l'accesso universale alle nuove terapie in regime di rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale. Una decisione che l'Aifa ha messo in atto a partire dal 2017, anche grazie alla riduzione del costo degli antivirali e ai 500 milioni del Fondo farmaci innovativi non oncologici istituito dal ministero della Salute. I risultati sono riportati in termini di benefici ottenuti nel corso degli anni grazie all'eliminazione del virus con la terapia antivirale. In particolare, sono stati considerati i costi evitati per la gestione delle complicanze generate dall''Hcv che il Ssn avrebbe dovuto sostenere nel caso di assenza dei Daa. Il modello economico ha dimostrato che il trattamento dei pazienti con la malattia del fegato severa trattata nel corso del 2015 (epoca in cui l''accesso veniva prioritizzato ai pazienti in condizioni severe), ha portato un significativo ritorno in termini di riduzione di eventi clinici attesi accompagnato da un parziale ritorno dell'investimento iniziale per l'acquisto dei Daa.

«In termini economici - afferma Andrea Marcellusi - questo vuol dire che la scelta sostenuta dal Ssn per il trattamento dei pazienti con Hcv non rappresenta solo una scelta altamente costo-efficace ma ottiene un recupero totale dell'investimento e potrebbe garantire addirittura dei risparmi nel medio lungo periodo. Infatti, il nostro modello stima una riduzione della spesa totale a 20 anni per i pazienti trattati nel corso del 2016 e del 2017 rispettivamente pari a 50,1 e 55,5 milioni di euro per 1.000 pazienti». «Questo studio - conclude Francesco Saverio Mennini - potrebbe essere considerato, proprio in un'ottica di Hta, uno strumento utile per i decisori al fine di comprendere come la scelta di trattare tutti i pazienti con infezione cronica da Hcv si sia dimostrata ottimale con un ritorno nell''investimento del Ssn in tempi relativamente brevi, soprattutto in un Paese come l''Italia che detiene il triste primato in Europa del maggior numero di malati di epatite C e del più elevato numero di decessi per tumori primitivi del fegato. Ancora, nella prospettiva economica, supporta l'investimento del Ssn nel trattamento dell'infezione cronica da Hcv richiesto anche dal Piano nazionale epatiti, al fine di raggiungere il target dell''Organizzazione mondiale della sanità per l'eliminazione dell''infezione da Hcv in Italia».
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