Ginecologia

mag152012

Manca consensus su gestione del carcinoma endometriale

La gestione del carcinoma endometriale incontra ancora molta eterogeneità nel territorio nazionale, in particolare manca condivisione nell'approccio chirurgico e nella terapia adiuvante. Lo rivela una survey effettuata dall'Università La Sapienza di Roma, i cui risultati sono stati presentati dal primo autore dello studio, Francesca Esposito, nel corso del XXII Congresso nazionale della Siog (Società italiana di oncologia ginecologica), svoltosi a Verona. I dati sono stati ottenuti grazie alle risposte contenute in 99 questionari (il 35% del totale) inviati a centri del Ssn in cui si effettuano più di 20 interventi chirurgici per patologie ginecologiche maligne all'anno. La stadiazione preoperatoria comprende: isteroscopia (78%), ecografia transvaginale (50%), risonanza magnetica (40%), tomografia computerizzata (24%), Ca 125 sierico (78%). Allo stadio clinico I Figo, il trattamento di scelta è risultato in generale l'isterectomia extrafasciale/salpingo-ooforectomia; allo stadio II, invece, l'isterectomia radicale di tipo B (75%) e di tipo C (14%). La citologia peritoneale viene effettuata routinariamente nel 94% dei casi. Sono preparate di norma sezioni congelate intraoperatorie nel 31% delle strutture, mentre la linfadenectomia pelvica è effettuata di base solo nel 23% delle strutture mentre, a seconda di specifiche caratteristiche tumorali, la percentuale sale molto (per esempio, infiltrazione del miometrio, >50%). Un discorso simile si può fare per la linfadenectomia aortica. In entrambi i casi, l'asportazione linfondale è intesa come sistematica nel 72% dei casi. La mancanza di dati sui linfonodi incide sula scelta della terapia adiuvante secondo il 52% delle risposte. La terapia adiuvante di prima scelta nella categoria delle pazienti ad alto rischio è variabile: radioterapia esterna pelvica o Ert +/- brachiterapia o Brt (36%), Ert +/- Brt + chemioterapia sequenziale, Ct (18%), Ct + Ert+/-Brt (12%), Ct (2%); nessuna scelta (12%). Non viene effettuata terapia adiuvante in un sottogruppo a rischio moderato dal 13% degli oncologi.


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