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Attività pro-infiammatorie e pro-coagulanti delle piastrine alla base della trombosi in Covid-19
Administrator
#1 Inviato : lunedì 16 novembre 2020 11.04.21(UTC)
Rank: Administration
Messaggi: 7.283

ATTIVITÀ PRO-INFIAMMATORIE E PRO-COAGULANTI DELLE PIASTRINE ALLA BASE DELLA TROMBOSI IN COVID-19


Nella polmonite da Covid-19 le piastrine mostrano attività pro-infiammatorie e pro-coagulanti che aiutano a spiegare la prevalenza di trombosi e l'imponenza del processo infiammatorio causato dalla malattia, secondo uno studio pubblicato su Arterioscleosis, Thrombosis and Vascular Biology. «Nella polmonite da Sars-CoV-2 si osserva spesso la trombosi polmonare. Abbiamo cercato di capire se alcune sottopopolazioni di piastrine fossero programmate per attività pro-coagulanti e infiammatorie...

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Sergio Gabasio
#2 Inviato : lunedì 16 novembre 2020 11.04.27(UTC)
Rank: Newbie
Messaggi: 1
Conviene dare ASA ?
Mauro Iodice
#3 Inviato : lunedì 16 novembre 2020 15.15.45(UTC)
Rank: Newbie
Messaggi: 1

Sarebbe da preferirsi al paracetamolo che ha solo proprietà antipiretica ed antidolorifica

ciccio
#4 Inviato : lunedì 16 novembre 2020 19.51.56(UTC)
Rank: Newbie
Messaggi: 8

E' da quando  è iniziata la pandemia che propongo (l'ho proposto anche all'AIFA ) il seguente schema terapeutico che peraltro  è già da sempre prescritto con successo nel trattamento di pazienti con pericardite siero-fibrinosa a etiologia virale dove il meccanismo fisiopatologico  è proprio un eccesso di risposta infiammatoria:

Flectadol 1gr granulare x os ogni 8ore ( Funzione antiaggregante ed antinfiammatoria)

colchicina 1mg /die ( Funzione antinfiammatoria)

pantoprazolo 40mg /die

Eventuale antibioticoterapia (levoxacin)

La terapia potrebbe essere già somministrata a domicilio ai pazienti sintomatici  affetti da Covid 19 con modica spesa

Domenico Maddaloni
#5 Inviato : martedì 17 novembre 2020 16.16.46(UTC)
Rank: Newbie
Messaggi: 4

SONO DELLO STESSO PARERE

tommaso bartolotta
#6 Inviato : mercoledì 18 novembre 2020 12.54.40(UTC)
Rank: Member
Messaggi: 15

In effetti.sappiamo tutti che la terapia convenzionale ha un efficacia molto relativa...per cui dare un farmaco piuttosto che un altro non vedo che differenza fa

giovanni colonna
#7 Inviato : venerdì 20 novembre 2020 10.01.36(UTC)
Rank: Advanced Member
Messaggi: 202

Cari amici,

da biochimico umano vedo il problema da un’altra angolazione. Il covid è una malattia per la quale l’immunità individuale gioca un ruolo fondamentale. Vi faccio notare che il problema reale è nella fase iniziale della malattia che, nella stragrande maggioranza dei casi o mostra pochi sintomi o quasi nulla, per cui se si ha un buon sistema immunologico adattativo (l’immunità innata è brillantemente silenziata dagli efficientissimi meccanismi molecolari del virus), si supera la malattia e le cure proposte possono andare più o meno tutte bene, ma non fermano la malattia se il fenotipo individuale è immunologicamente carente. Per intenderci, dovremmo trovare per tutti livelli bassi di IL-1 e IL-6 e degli interferoni Alfa e Beta (per immunità innata silenziata).

Comunque, le cellule dell’immunità adattativa necessitano per attivarsi e funzionare dell’immunità innata, i cui geni si selezionano evolutivamente in relazione all’emergenza di nuovi patogeni. Pertanto, oggi non possiamo prevedere quanto tempo ci vorrà perché la risposta immunitaria contro un patogeno emergente diventi protettiva nei singoli individui. Risulta comunque evidente che è lo stato della difesa immunitaria e la sua vulnerabilità che fanno la differenza più o meno alla fine della prima settimana.

Nei fatti, nel giro di poche ore si passa da una situazione di apparente stabilità ad una situazione tanto grave da richiedere l’ospedalizzazione immediata, e se sono presenti delle comorbidità il problema diventa allora clinicamente gravissimo. Accade quando l’organismo scopre la presenza dei nuovi virioni e comincia con estrema rapidità a difendersi in modo abnorme (la tempesta di citochine), dove scattano una cinquantina di citochine e chemochine pro-infiammatorie diverse che entrano in azione dovunque per contrastare il virus. Una situazione improvvisa del genere è impossibile da affrontare a casa. In genere si è visto che i fenotipi immunologici con scarso sistema feedback di controllo delle citochine sono tra quelli che non superano la malattia. Tutto questo non è prevedibile perché oggi non abbiamo idea di come un patogeno emergente può condizionare la risposta immunitaria di un singolo paziente. I meccanismi molecolari di attacco del virus sono sempre gli stessi, è lo stato immunologico del paziente che guida l'evolversi della malattia.

I limiti pratici sono: 1) in genere, se non si hanno sintomi, non sai di essere affetto da covid, ma lo scopri dopo qualche giorno ed allora entri nella spirale senza fine della ricerca del tampone, mentre il tempo diventa la variabile più critica; 2) quando si scopre che una persona è infetta andrebbe valutata immunologicamente per cercare di capire che tipo di evoluzione si avrà (immunodepressi o immunodeficienti), ma anche qui ci sono problemi immani da superare infatti, non è possibile accertarlo a casa in tempi rapidi. 3) nella pratica resta a) la saturazione della pO2 (con misure frequenti) che ci dice se qualcosa sta evolvendo a livello polmonare, e b) una anamnesi molto dettagliata, volta a capire se ci sono possibili cause pregresse di immunodepressione o immunodeficienza individuale, in presenza delle quali, a mio parere, il malato andrebbe ospedalizzato perché a rischio. Le comorbidità rendono il paziente più vulnerabile quando il virus supera la barriera dell'immunità adattativa, non prima. Nella pratica, pazienti con comorbidità hanno superato la malattia perchè immunologicamente forti, altrimenti come spiegate le numerose signore nonagenarie che hanno superato impavide tutto?  

La conclusione è che nella fase iniziale la velocità delle decisioni mediche è vitale per discriminare tra pazienti che potranno proseguire la malattia a casa (sotto controllo medico) e quelli a rischio. Non è un problema di terapie più o meno adeguate, è il buon senso medico e la conoscenza pregressa dell’ammalato che dovrebbero poter fare individuare per tempo i pazienti a rischio di aggravarsi, questo, a mio parere, è il punto più critico in assoluto.

Un saluto

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