Diabetologia

gen92018

Tassare le bevande ricche in zuccheri, una strada obbligatoria contro la pandemia di diabesità pediatrica

Da molto tempo se ne parla, anche in Italia: inserire una tassa sulle bevande zuccherate per limitare la pandemia di obesità e diabete tipo 2. Abbiamo chiesto un inquadramento della problematica e un commento a un recente studio sul tema ad Andrea Pezzana, medico specialista in Scienza dell'alimentazione, responsabile della Dietologia della Asl Città di Torino e referente scientifico dell'Area 'Cibo e salute' per "Slow food".

Qual è lo "stato dell'arte" sulle "food taxes"?
La cornice in cui questi interventi vanno inseriti è la pandemia di obesità e diabete tipo 2, per la quale oggi il ruolo degli zuccheri semplici e degli alimenti a elevato indice glicemico, in particolare delle bevande zuccherate, ormai è certo. Tanto che non solo le società scientifiche, ma anche organizzazioni importanti come la FAO e l'OMS hanno preso posizioni ormai inequivocabili rispetto al fatto che il taglio degli zuccheri da bevande zuccherate deve essere eseguito in tempi molto rapidi in tutte le nazioni del mondo. Anche perché questo non è più solo un problema del Nord del mondo o dei Paesi più occidentalizzati e a più elevato Pil, ma anche laddove ci sono grandi problemi di mortalità per malnutrizione per difetto ci sono già fasce di popolazione che stanno rapidamente ammalando di sindrome metabolica e diabete di tipo 2. Ci si chiede se la tassazione delle bevande zuccherate sia una strategia idonea. Tale strategia, comunque, è già stata implementata da alcune nazioni del continente americano (Messico e Sudamerica) e in Sudafrica e cominciano a esserci iniziali risultati. Per esempio, in Messico è stata fatta una valutazione a breve termine (cioè sul primo anno di tendenza dopo l'inserimento della Sugar tax), che ha effettivamente dimostrato un trend favorevole con la riduzione dei "non essential energy drink" (cioè dei cibi non essenziali, voluttuari ad alto apporto di calorie, soprattutto zuccheri). Un altro dato interessante che proviene sempre dal Messico, in un ambito di medicina preventiva, riguarda l'eliminazione del dubbio che tali strategie possano in qualche modo avere ricadute sui posti di lavoro: in realtà, si è visto che le stesse industrie si riorientano, per esempio incrementando l'acquisto di sorgenti di acqua. Va ricordata la posizione assunta dall'ufficio di nutrizione dell'OMS di Ginevra, che ha indicato questa strategia come una di quelle da percorrere in tutti i Paesi, per tagliare drasticamente l'apporto di zuccheri semplici. In Italia sembra esserci ancora un po' di resistenza, ma auspico che si arrivi presto alla tassa sugli alimenti ricchi in zuccheri (bevande in primis), per potenziare fiscalmente i contenuti delle campagne di educazione alimentare e promozione della salute che da sole, anche se ben condotte, trovano difficoltà a modificare stabilmente le abitudini dei consumatori. Certo, si dovrà predisporre un buon utilizzo di quanto incassato dall'erario, destinandolo a obiettivi congrui con questa filosofia.

Quali obiettivi si poneva questo nuovo studio?
Partendo dalla cornice dell'intervento fiscale come strategia per migliorare gli stili di consumo delle persone, è stato fatto un percorso di valutazione del rischio e di valutazione delle rischio/beneficio, sapendo quella che è la componente sulle morti da malattie cronico-degenerative degli stili alimentari inadeguati cioè sia vedendo quello che è il fattore protettivo dato dal consumo di frutta e verdura fresca, cereali integrali, ecc. sia l'effetto negativo di carni conservate e bevande zuccherate. Quindi è stato fatto un grande studio di previsione di scenari, partendo da quelli che sono dati noti di mortalità e di ruolo di vari gruppi di alimenti in senso protettivo o in senso di accelerazione e aggravamento del danno del rischio. Dai risultati è emerso che la prevenzione potrebbe essere migliorata lavorando sul prezzo di alcuni gruppi di alimenti, riducendo la tassazione di quelli più protettivi e aumentando quella dei cibi più evidentemente dannosi. Nelle conclusioni di questo studio di "dieto- farmacoeconomia", un modesto ritocco di tassazione su alcuni alimenti, e dando sussidi ad altri, determinerebbe un impatto veramente importante andando a modificare l'insorgenza di patologie che hanno una presenza estesa in percentuali che in alcuni casi si avvicinano o superano il 10%. Le ricadute sono rilevanti: da un lato ovviamente per le persone che non vanno incontro all'evento avverso di salute e dall'altra a livello collettivo, perché queste malattie cronico-degenerative hanno un costo sociale elevatissimo dato che, quando fortunatamente non evolvono immediatamente in morte, determinano situazioni di disabilità, perdita di autonomia e assunzioni di terapie farmacologiche croniche che hanno un impatto economico globale molto pesante. Il vantaggio prevedibile in percentuale di riduzione di malattie non trasmissibili è elevato e prevedibilmente toccherebbe il 10% di guadagno di salute.

Qual è la situazione attuale a livello generale e italiano?
C'è ancora troppo silenzio da parte della salute pubblica sulla reale criticità dell'eccessivo apporto di zucchero. Ci troviamo in una situazione analoga a quella del fumo negli anni Sessanta: grandissime evidenze scientifiche su un danno che ormai non può essere più essere tenuto nascosto ma un'obiettiva difficoltà a modificare in modo sostanziale le abitudini dei consumatori. La stessa OMS ha raccomandato una riduzione di consumo di zuccheri semplici da 10-12% delle calorie giornaliere a un massimo di 5-8%: malgrado questo molti testimonial sportivi e della moda apparentemente sani sono associati alla promozione di bevande ad alto contenuto di zuccheri. Occorre allora un cambiamento epocale di tipo culturale perché l'evidenza scientifica c'è, fortissima, ma non è entrata ancora negli stili di consumo delle persone ma neppure nello stile di approccio al problema da parte della società. È necessaria una grande alleanza tra istituzioni pubbliche (Ministeri e Assessorati), società scientifiche e associazioni di cittadini utenti per contrastare un trend preoccupante. Le persone informate dovranno anche loro fare un'operazione di forza e aumentare la propria consapevolezza: non sono le bevande light o con aggiunta di dolcificanti che risolvono il problema perché mantengono alta la soglia del dolce nel palato e predispongono alle 'ricadute'. Bisogna cominciare a pensare a che ciò che la natura ci ha reso disponibile per dissetarci, ovvero l'acqua con cui gestire il quotidiano. Ogni tanto possono esserci piccole quantità di succhi di frutta naturali o prodotti che possono diversificare ma il nostro fabbisogno idrico è quello più impellente e va soddisfatto con apporti di circa 1-1,5 litri di acqua al giorno.

BMC Med, 2017;15(1):208.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29178869
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