Diabetologia

lug162018

Prevalenza del diabete in Italia, maggiore per i database dei medici di famiglia rispetto ai dati Asl

Il diabete di tipo 2 risulta molto più diffuso negli studi dei medici di famiglia (Mmg) di quanto dica la letteratura, e un paziente con patologia cronica (come il diabete) su tre è un paziente fragile. È il dato emerso da una ricerca condotta dal Centro studi Cergas dell'Università Bocconi di Milano e dal Sindacato medici italiani (Smi) in parallelo tra Asl e medici di medicina generale. Dalla ricerca - costituita da un confronto sulla gestione dei protocolli diagnostico-terapeutici - emerge una differenza notevole tra dati amministrativi e rilevazioni sul campo dei medici di famiglia in fatto di censimento sia delle cronicità (quali il diabete di tipo 2) sia delle fragilità. Sull'argomento abbiamo chiesto un commento a Gerardo Medea, responsabile nazionale ricerca della Simg (Società italiana di medicina generale e delle cure primarie).

Quali dati rilevanti emergono dallo studio Smi-Cergas?

Va premesso che l'Istat e i data base amministrativi utilizzano fonti diversi per stratificare la popolazione con patologie croniche rispetto ai metodi clinici che possono attuare per esempio i Mmg. Infatti la prima si basa su interviste campionarie, mentre i secondi , come è avvenuto per uno dei due bracci dello studio Smi-Cergas, si servono dei dati estrapolati ricoveri, consumo di farmaci, prestazioni ambulatoriali erogate , esenzioni, assistenza domiciliare e cartelle degli ospiti delle residenze protette. Nello studio Smi-Cergas, in particolare sono state arruolate sei Asl ma hanno risposto in due, Rovigo e Alessandria. In questo braccio-aziende i dati di prevalenza erano sovrapponibili a quelli di letteratura: 6,4% per il diabete. Nel braccio-Mmg hanno risposto 81 medici Smi per un bacino di 111 mila assistiti che tra ottobre e dicembre per classificare sia cronicità sia fragilità su 534 pazienti hanno utilizzato la scala della Regione Veneto Svafra (Scheda valutazione fragilità) basata sulla conoscenza che ha il medico del contesto in cui il paziente vive, e qui i dati erano diversi: la prevalenza del diabete è risultata essere del 10,9% (88% di tipo 2), molto superiore al dato Istat. I ricercatori ritengono che i dati amministrativi non considerano che molti diabetici conclamati sono curati nello studio del loro Mmg e la patologia è contenuta senza farmaci. Peculiari anche i dati sulla fragilità, che è presente nel 34% dei pazienti trattati dai Mmg, scheda valutazione fragilità alla mano. Per cui, concludono, servirebbe una modalità condivisa per standardizzare le condizioni dei pazienti e i livelli per la presa in carico.

Dott. Medea, queste evidenze sono coerenti o compatibili con i dati di HealthSearch, il data base Simg della medicina generale?

Noi per la prevalenza del diabete di tipo 2 abbiamo un dato di 7,6% circa sulla popolazione generale sopra i 14 anni. Un dato non distribuito in maniera omogenea nella penisola in quanto abbiamo una discrepanza di quasi 3 punti tra Nord e Sud, tra Veneto e Trentino da un lato e Calabria e Sicilia all'estremo opposto. In queste ultime due regioni abbiamo una prevalenza che supera il 9%, con punte fino al 10%. Sono da considerare anche aree metropolitane come la zona di Napoli dove c'è una prevalenza simile a quella dell'intera Calabria e della Sicilia e che, in qualche modo, è effettivamente doppia rispetto al dato Istat che parla di prevalenza del diabete del 5,5-5,7%. Quindi sicuramente si conferma il dato di un'epidemia in atto, con un incremento molto forte della prevalenza che va di pari passo con la distribuzione del body mass index (Bmi) patologico, più elevato in queste regioni citate, Calabria Campania e Sicilia, che hanno alta prevalenza del diabete. In rapporto al dato Istat abbiamo anche un'altra coincidenza che è quella della distribuzione dell'attività fisica e della sedentarietà: qui è inversamente proporzionale, cioè a minore attività fisica corrisponde un aumento di prevalenza del diabete.

Per quanto riguarda il dato sulla fragilità?

Relativamente alla fragilità non abbiamo nello specifico una possibilità molto precisa di calcolo se non approssimativo in base alla complessità e al peso della malattia in termini clinici ed economici. Stiamo valutando una serie di algoritmi per un calcolo più preciso ma non li abbiamo ancora a disposizione. Però il dato risultante dalla ricerca Smi-Cergas è sorprendente, anche se giustificabile dal fatto che la popolazione con diabete sta aumentando sia per l'invecchiamento generale della popolazione sia perché la sopravvivenza di questi pazienti sta aumentando progressivamente e altrettanto la complessità della loro malattia. Se a tutto ciò si aggiunge una maggiore diffusione nella popolazione generale di alcuni fattori di rischio sociale (solitudine, povertà, etc.) assieme alla migliore sopravvivenza dei malati oncologici, si può comprendere come la fragilità stia aumentando in generale nella popolazione e in particolare nei diabetici, soggetti già di per sé più a rischio a causa delle molte e gravi possibili complicanze (ipovisus, cecità, amputazioni, dialisi, etc.).

A che tipo di valutazioni e riflessioni portano queste evidenze?

Questi dati inducono una riflessione di tipo sia sociale che clinico. La medicina generale (Mg) dovrebbe trovare strumenti semplici ma efficaci da utilizzare quotidianamente nella pratica clinica per stratificare i diabetici e valutare lo stato di fragilità della popolazione. Questi sistemi, sia pur attualmente disponibili, da un lato non sono ancora entrati nell'attività clinica routinaria dei Mmg e dall'altro non sono ancora stati adattati alle modalità di lavoro dei medici di famiglia. Questi strumenti non dovrebbero essere applicati solo in progetti sperimentali locali dove c'è una Asl particolarmente avanzata che li propone e supporta ma dovrebbero essere inseriti nei software e quindi nella pratica clinica quotidiana di tutti i Mmg italiani. Poi, sulla base di queste stratificazioni, si dovrebbero attuare misure preventive di carattere sociale e clinico oppure, nei casi più avanzati e complessi, si dovrebbero attivare interventi clinici e socio-assistenziali mirati e personalizzati, fino all'assistenza domiciliare multidisciplinare.
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