Diabetologia

lug162018

Glicemia e HbA1c dosate in contemporanea per una diagnosi immediata di diabete

In un recente studio pubblicato sugli "Annals of Internal Medicine" ricercatori della Johns Hopkins University propongono un metodo che permette di diagnosticare con certezza il diabete ricorrendo a un solo prelievo di sangue, mentre stando alle attuali linee guida solitamente a un primo test alterato fa seguito un secondo necessario per confermare la diagnosi. Abbiamo chiesto un commento a Olga Vaccaro, docente di Scienze tecniche dietetiche applicate presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II".

Prof.ssa Vaccaro, qual era la problematica clinica affrontata dai ricercatori e quale obiettivo si sono posto?

In realtà, è una problematica clinica solo entro certi limiti dato che si tratta di un lavoro di tipo epidemiologico, il cui principale focus consiste nel vedere come in una popolazione si può fare meglio lo screening per identificare il diabete non diagnosticato, ovvero le forme che non danno sintomatologia e di conseguenza non inducono la persona a recarsi dal medico. In questo contesto, i ricercatori utilizzano per la prima volta un sistema basato sul dosaggio in contemporanea della glicemia a digiuno e dell'emoglobina glicata (HbA1c), entrambi test indicati nella diagnosi di diabete, ma che normalmente sono usati in modo alternativo. Di solito si usa la glicemia e poi se necessario si fa un approfondimento con altre misurazioni della glicemia oppure con l'HbA1c per confermare la diagnosi. Secondo gli autori i risultati supportano l'utilità clinica dell'impiego di questo metodo.

Quali metodi sono stati utilizzati e quali risultati si sono ottenuti?

Si è impiegata appunto la misurazione della glicemia e dell'HbA1c, entrambi metodi ben codificati per la diagnosi di diabete sia nel contesto clinico che in quello epidemiologico per lo screening. I ricercatori hanno utilizzato una banca biologica esistente e in parte determinazioni già effettuate per lo studio Aric (Atherosclerotic Risk In Community), una ricerca epidemiologica che ha coinvolto circa 15.000 persone. L'analisi prospettica attuale esamina come queste persone, che hanno 2 testi anormali o 1 solo test anormale, si comportano negli anni successivi in termini di sviluppo di diabete franco, trattato con farmaci, e anche di sviluppo di altre condizioni come malattie cardiovascolari. Quanto ai risultati ottenuti, sono stati da una parte il fatto che la glicemia e l'HbA1c concordano in una quota di circa il 40% delle persone, quindi ci sono molti soggetti nei quali o è elevato un valore o è elevato l'altro e quindi, a rigor di termini, non sarebbe possibile considerare questo test come definitivo, ovvero ci sarebbe sempre la necessità di seguire queste persone. Altri risultati ottenuti, però concordanti con quanto già noto, consistono nel fatto che queste persone, anche quando hanno anche un solo test alterato, hanno un maggiore rischio di sviluppare patologie cardiovascolari rispetto alle persone che non hanno alcun test alterato.

Quali conclusioni traggono i ricercatori? Lei personalmente le condivide in tutto o in parte?

Gli autori concludono che l'uso di questi test in contemporanea è utile dal punto di vista clinico, perché evita di far tornare il paziente e ha un elevato rapporto costo/efficacia. Però, anche se a rigor di logica, far tornare una persona è oneroso per la persona stessa e per la comunità, c'è anche da dire che questo test è stato utilizzato su circa 12 mila persone e su queste circa 398 avevano entrambi i test alterati. Quindi ha potuto essere identificata come affetta da diabete non precedentemente noto e diagnosticato tramite screening una quota pari al 3%. Fare 2 test su 12.000 persone per identificarne 398 non sembrerebbe davvero costo/efficace. Nel setting clinico, invece, la situazione potrebbe essere molto diversa perché in questo ambito si hanno persone che hanno già avuto qualche volta nella vita un'iperglicemia o vengono perché hanno una forte familiarità o altre patologie che frequentemente si associano al diabete. Allora la 'resa' di questo test potrebbe sicuramente essere di gran lunga migliore.

A suo avviso, questa strategia può essere utile nella pratica clinica o ritiene che occorrano ulteriori verifiche?

Nel sottogruppo di persone che generalmente viene visto nella pratica clinica questo metodo può essere utile perché evita effettivamente di far tornare il soggetto. Per dire se questo metodo può permettere di cambiare le attuali indicazioni per la diagnosi di diabete credo però sia necessario avere una conferma sulla base di ulteriori dati. Soprattutto, per una valutazione affidabile, occorre un confronto con la pratica attuale. Tale confronto non c'è in questo studio e ciò rappresenta una sua limitazione, in quanto non consente di stabilire un reale vantaggio in termini di costo/efficacia. Attualmente, lo screening di popolazione non è raccomandato, ma è indicato in alcune persone ad alto rischio, molto obese o con familiarità per diabete o altre patologie che si associano spesso al diabete come l'ipertensione arteriosa o l'ipertrigliceridemia. In questi casi lo screening si fa normalmente o con la glicemia o con l'HbA1c. Farli tutti e due insieme in questa sottopopolazione ad alto rischio potrebbe effettivamente essere efficace e utile in quanto si evita un eventuale test di conferma e perché queste persone hanno una probabilità molto alta di avere un'alterazione dei test. Gli autori ritengono, invece, che sia utile fare il doppio test diagnostico nella popolazione, ma onestamente su questo punto nutro qualche dubbio. Inoltre, estrapolano da questi dati l'applicabilità del metodo in ambito clinico: una conclusione ragionevole, ma che necessita, come detto, di verifica con un confronto nel setting clinico.

Ann Intern Med, 2018 Jun 19. doi: 10.7326/M18-0091. [Epub ahead of print] https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29913486

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