Focus

ott92018

Parto vaginale, nelle nullipare una spinta precoce o ritardata non ha effetti sui tassi

Un nuovo studio pubblicato su JAMA ha concluso che nelle donne nullipare che ricevono l'anestesia epidurale i tempi degli sforzi di spinta della seconda fase del travaglio non hanno influenza sui tassi di parto vaginale spontaneo.

Questa fase del travaglio, ovvero il periodo che va dalla dilatazione cervicale fino all'uscita del feto, è un periodo critico nella gestione del parto. È infatti ormai da tempo oggetto di dibattito se sia meglio che la madre inizi le spinte immediatamente o che lo faccia con un ritardo anche abbondante. «Una durata prolungata della seconda fase del travaglio è stata associata a esiti avversi per il neonato e per la madre, ma la spinta ritardata non è stata studiata in lavori di alta qualità e randomizzati in modo adeguato, e non è chiaro se i tempi degli sforzi di spinta del secondo stadio del travaglio influiscano sulla nascita vaginale spontanea e sulla morbilità» spiega Alison Cahill, della Washington University a St. Louis, che ha guidato il gruppo di lavoro.

I ricercatori hanno studiato donne giunte ad almeno 37 settimane di gestazione ricoverate per travaglio spontaneo o indotto con analgesia epidurale tra maggio 2014 e dicembre 2017 presso sei centri medici statunitensi. Quando le partecipanti hanno raggiunto il livello di dilatazione cervicale completa, quelle assegnate al gruppo di spinta immediata (n=1.200) hanno iniziato a spingere da subito, mentre le partecipanti del gruppo ritardato (n=1.204) hanno atteso 60 minuti.

L'esito primario dello studio, ovvero il tasso di parto vaginale spontaneo, non ha mostrato differenze significative tra i due gruppi, con l'85,9% nel gruppo di spinta immediata rispetto all'86,5% nel gruppo di spinta ritardata. Non è stata rilevata alcuna differenza significativa neppure nell'esito secondario composito della morbilità neonatale (7,3% per il gruppo immediato rispetto a 8,9% per il gruppo ritardato) e nelle lacerazioni perineali (45,9% rispetto a 46,4%).

Il gruppo spinta immediata ha avuto però una durata media significativamente più breve della seconda fase rispetto al gruppo ritardato (102,4 rispetto a 134,2 minuti), una durata media significativamente più lunga della spinta attiva (83,7 rispetto a 74,5 minuti), tassi significativamente più bassi di corioamnionite (6,7% rispetto a 9,1%) e meno emorragie post-partum (2,3% rispetto a 4,0%).

Un'analisi ad interim ha suggerito la futilità per l'esito primario e l'arruolamento allo studio è stato interrotto prima di raggiungere le 3.184 partecipanti programmate.

Secondo gli autori, questi risultati possono comunque fornire informazioni utili per decidere il momento in cui iniziare gli sforzi della spinta nella seconda parte del travaglio, se valutati assieme ad altri esiti materni e neonatali.

In un editoriale correlato, Jeffrey Sperling e Dana Gossett, della University of California a San Francisco, inquadrano i risultati di questo studio in una più ampia gestione del parto e indicano che per ottimizzare gli esiti materni e neonatali durante il la seconda fase del travaglio è fondamentale ridurre al minimo gli interventi non necessari, accertando quali feti sono realmente a rischio di acidosi, determinando i benefici e i rischi di eventuali rotazioni della testa fetale per il feto malposto, promuovendo l'esecuzione del parto vaginale operativo e, se necessario, di un parto cesareo. «Le direzioni future della ricerca dovrebbero includere lo sviluppo della comprensione degli effetti e dei risultati della spinta ritardata nelle donne multipare, in quelle con un cesareo precedente, e in quelle non trattate con analgesia epidurale» concludono gli editorialisti.

JAMA 2018. Doi: 10.1001/jama.2018.13986
http://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/10.1001/jama.2018.13986
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