Clinica

nov302016

Nivolumab e melanoma: i pazienti con eventi avversi sono quelli che rispondono meglio alla cura

I pazienti con melanoma avanzato con eventi avversi immuno-correlati durante il trattamento con nivolumab hanno un tasso di risposta globale al farmaco superiore rispetto agli altri, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Oncology e coordinato da Jeffrey Weber del NYU Langone Medical Center di New York. «Dato che suggerisce la presenza di qualche interazione tra il meccanismo con cui si verifica la regressione del tumore e i meccanismi con cui si verifica la tossicità» scrivono i ricercatori, ricordando che nivolumab è un anticorpo anti-PD1 (programmed cell death protein 1), un recettore co-inibitorio espresso dalle cellule T attivate il cui blocco permette di superare la resistenza immunitaria inducendo regressione del tumore. Il farmaco è prodotto con il nome commerciale di Opdivo dalla Bristol-Myers Squibb, che ha un ampio programma di sviluppo per testare nivolumab in diversi tumori: più di 35 studi su oltre 7.000 pazienti in tutto il mondo. Weber e colleghi hanno analizzato i dati provenienti da quattro studi per un totale di 576 pazienti con melanoma avanzato trattati con nivolumab al dosaggio di 3 mg/kg ogni due settimane.

Il 70% dei partecipanti ha avuto eventi avversi correlati al trattamento, tra cui la stanchezza (25%), prurito (17%), diarrea (13%) e rash (13%), mentre il 10% ha avuto eventi avversi correlati al trattamento di maggiore gravità, ma senza alcun decesso. «Il tasso globale di risposta alla terapia è stato del 31,4%, con una mediana di sopravvivenza libera da progressione di 4,7 mesi» riprende l'autore, sottolineando che i pazienti che avevano avuto eventi avversi correlati al trattamento, indipendentemente dalla loro gravità, avevano un tasso di risposta al farmaco maggiore di chi invece non aveva lamentato alcun effetto collaterale. «Studi futuri dovrebbero valutare la presenza di un rapporto tra tossicità e risposta anche nei pazienti con altri tipi di cancro in trattamento con farmaci anti-PD1» aggiungono i ricercatori. E Weber conclude: «Questi risultati suggeriscono che è possibile imparare qualcosa anche dallo studio della tossicità, che può essere fatto semplicemente consultando i dati di ricerche già svolte».

Jco 2016. DOI: 10.1200/JCO.2015.66.1389
http://ascopubs.org/doi/full/10.1200/JCO.2015.66.1389
Non sei ancora iscritto?     REGISTRATI!   >>
Ultime notifiche dalla community