Clinica

set242021

Covid-19, utilizzare il plasma di convalescenti non è utile e può peggiorare la situazione

Secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine, il trattamento con plasma di persone convalescenti non riduce il rischio di intubazione o morte per i pazienti con COVID-19, e anzi, in alcuni casi, i pazienti che lo ricevono presentano eventi avversi significativamente più gravi rispetto a quelli gestiti con cure standard. La maggior parte di questi eventi si riferisce a un aumento del fabbisogno di ossigeno e a un peggioramento dell'insufficienza respiratoria, anche se il tasso di mortalità non è significativamente diverso dal gruppo di controllo di pazienti che non hanno ricevuto il plasma.

Lo studio clinico, diretto da Jeannie Callum, del Sunnybrook Research Institute, della Queen's University e della University of Toronto, ha incluso 940 pazienti in 72 ospedali in Canada, Stati Uniti e Brasile e ha interrotto l'arruolamento all'inizio di gennaio 2021, dopo che il comitato indipendente di monitoraggio della sicurezza ha affermato che lo studio non avrebbe dimostrato un beneficio del plasma convalescente anche se fossero stati arruolati più pazienti. I ricercatori hanno osservato che il plasma convalescente aveva un contenuto di anticorpi del donatore molto variabile a causa della risposta immunologica altamente differente al virus, ed è stato notato che profili anticorpali sfavorevoli, ovvero titoli anticorpali bassi, anticorpi non funzionali o entrambe le situazioni, erano associati a un rischio maggiore di intubazione o morte. «Questi riscontri possono spiegare i risultati apparentemente contrastanti tra studi randomizzati che non mostrano alcun beneficio e studi osservazionali che mostrano risultati migliori con prodotti a titolo più alto rispetto a prodotti a basso titolo. Sembra che il plasma convalescente ad alto titolo non sia utile, ma soprattutto che il plasma convalescente con un basso titolo anticorpale sia dannoso» spiega Callum. Secondo gli esperti gli anticorpi disfunzionali potrebbero competere con gli anticorpi del paziente, e potrebbero interrompere una risposta immunitaria in crescita. «Questo fenomeno è stato osservato in precedenza in modelli animali e negli studi umani sui vaccini contro l'HIV» concludono gli esperti.

Nature Medicine 2021. Doi: 10.1038/s41591-021-01488-2
https://doi.org/10.1038/s41591-021-01488-2  
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